Crea sito
Seleziona una pagina

Vogliamo costruire la pagina più completa su Paolo Borsellino. Puoi darci una mano?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il sogno di Paolo

prefazione di Salvatore Borsellino

Questo libro nasce da un sogno. Il sogno di Paolo di cambiare una città che amava ma che non gli piaceva e che per questo voleva cambiare.

Questo libro nasce da una fuga, la fuga di suo fratello da una città in cui non voleva far nasce e crescere i suoi figli.

Questo libro nasce da una strage, la strage che il 19 luglio del ’92 sembrava avesse spezzato per sempre il sogno di Paolo e insieme la vita di cinque ragazzi che ogni giorno rischiavano la propria vita per proteggere quella del loro giudice.

Questo libro nasce dalla forza di una madre, la madre di Paolo che chiese a Salvatore e a Rita, di andare dovunque li avessero chiamati per parlare del loro fratello e non fare morire il suo sogno.

Questo libro nasce da una speranza perduta, la speranza che la morte di Paolo fosse bastata a spingere la gente a ribellarsi, a lottare tutti insieme contro quel cancro, la mafia, che stava per entrare in metastasi e corrodere l’intero organismo del nostro paese.

Questo libro nasce da dieci anni di silenzio, Il silenzio lungo dieci anni di chi senza quella speranza aveva perso la forza di parlare e aveva infranto la promessa fatta a sua madre.

Questo libro nasce dalla rabbia, la rabbia di un fratello che non si rassegnava a vedere morire quel sogno, il sogno di un fresco profumo di libertà che riuscisse a spezzare il puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.

Questo libro nasce da un braccio levato in alto a tenere un’Agenda Rossa e ad accompagnare un grido che incitava alla RESISTENZA, alla lotta per la VERITA’ per la GIUSTIZIA.

Questo libro nasce da 10, da 100, da mille braccia che cominciavano a levarsi anche loro per tenere in alto la stessa agenda rossa e mille cuori che cominciavano a gridare lo stesso grido.

Questo libro nasce da un incontro, l’incontro con uno dei cuori che dava forza a quel braccio levato in alto e voce a quel grido ma che sapeva anche sentire la voce degli alberi che chiedevano di non essere tagliati, delle farfalle che volevano ancora posarsi sui fiori, degli uccelli che volevano continuare a volare, dei pesci che volevano che il loro mare continuasse a restare azzurro.

Ma quel cuore era soprattutto un cuore di una madre che voleva, come gli avevano insegnato gli indiani della terra in cui era cresciuta, che anche i suoi figli e i figli dei suoi figli potessero vivere in armonia con quel mare, e con quel cielo e con quegli alberi che ne erano i custodi senza tempo.

In un mondo però in cui fosse debellata la violenza che aveva ucciso il giudice Paolo e aveva cercato di spegnere il suo sogno. Quel sogno che era soltanto un sogno d’amore

Questo libro nasce da una speranza ritrovata, una speranza rinata dalla rabbia ma che soltanto nell’amore poteva ritrovare la forza per continuare a vivere.

Quell’amore che poteva fare scrivere a Paolo, nell’ultimo giorno della sua vita: “Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di combattere di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta”

Questa, soltanto questa era la speranza di Paolo e solo questa speranza, la sua fiducia nei giovani e il suo amore, gli hanno permesso di andare serenamente incontro alla morte.

Questo è un libro scritto per i giovani e nato dall’amore e dalla speranza.

Questo è un libro scritto da Christina per i suoi figli per tutti i nostri figli.

 

Salvatore

 

 

 

IL SOGNO DI PAOLO

Di

Christina Pacella

 

Non dimenticherò mai quel giorno. Era il 19 luglio del 2010. Era il mio compleanno. Tredici anni, finalmente ero diventata grande. La luce del sole del mattino riscaldava il finestrino dell’autobus annunciando che era ora di aprire gli occhi. La brina sul vetro lasciava intravedere un gran trambusto di automobili. Tutti si preparavano a scendere. Sentivo uno strano solletico nella pancia, mi sembrava di sognare. <<Signori e Signore benvenuti a Roma. Stiamo entrando nell’aeroporto di Fiumicino!>> annunciò l’autista.   Papà aveva mantenuto la sua promessa.  Tra un paio di ore avrei finalmente nuotato in quel mare di cui il nonno era innamorato, il mare di Palermo. Tirai fuori dallo zaino la sua fotografia e la strinsi forte al cuore. Mentre il rombo dei motori dell’aereo diventava sempre più forte lo pregai di proteggerci e di darmi la possibilità di arrivare nella sua amata Sicilia sana e salva. Ricordo, che una volta il nonno mi disse che i nostri angeli custodi giocavano tra le nuvole, e anche se adesso ero troppo cresciuta per credere a certe cose il pensiero mi dava un certo conforto. Scrutavo il cielo nella speranza di scorgere il nonno tra le nubi ovattate che avvolgevano il nostro piccolo velivolo.

Un sussulto quasi impercettibile e l’aereo toccò terra. Al microfono il capitano ci salutò augurandoci una buona vacanza: << Siamo atterrati a Palermo. Il cielo è sereno e la temperatura è di 35 gradi>>.  Feci lo slalom tra i passeggeri. Volevo essere la prima a scendere. Si aprì il portello. Un’aria dolce mi travolse. Era il profumo del mare. Quella brezza salmastra che il nonno aveva tanto rimpianto di aver lasciato per andare a lavorare in città.

Il tassista fischiettava mentre caricava in auto i bagagli. Alzai lo sguardo: Aeroporto Internazionale Falcone – Borsellino.

<<Papà ma chi sono Falcone e Borsellino?>> chiesi.

<< Sono i nostri eroi figlia mia.>>

Eroi? Io pensavo che gli eroi esistevano solo nei fumetti. Chissà cosa avevano fatto di tanto importante Falcone e Borsellino per diventare eroi?

<<Allora – disse il tassista –  mi avete detto Hotel Miramare, vero?>>

<<Si, si proprio quello>> – risposi anticipando papà

<< Io sono Antonio e tu come ti chiami picciotta?>> chiese l’autista

<<Paola, ma i miei amici mi chiamano Paolina perché sono la più bassa della classe!>>

<< Cara Paolina non è la statura che fa la grandezza di una persona!>> commentò Antonio. Salii sul sedile posteriore dell’auto aprendo al massimo il finestrino. Misi la testa fuori e lasciai che il vento mi scompigliasse i capelli. Dopo qualche istante mio padre mi ordinò di sedermi e di tenere ogni lembo del mio corpo dentro la macchina. Alla radio c’era il solito noiosissimo notiziario. Misi le cuffie per ascoltare il mio mp3, ma era scarico. In altre circostanze questo mi avrebbe infastidito ma il panorama era talmente diverso da quello della mia città che non feci caso al piccolo inconveniente e mi lasciai catturare dalla sua bellezza. Pensavo al nonno, a quanto gli sarebbe piaciuto fare questo viaggio insieme a noi. Purtroppo la sua malattia lo aveva costretto a letto per molti anni. Della sua Terra rimaneva un ricordo vivo e colorato. Quando parlava della Sicilia i suoi occhi brillavano e la sua voce, che di solito era flebile e stanca diventava forte, vigorosa e felice. Le sue descrizione erano talmente appassionate che riuscivo ad immaginare i suoi racconti. Era come sfogliare un libro pieno di disegni o di fotografie. Si, mi sentivo proprio a casa. Se è vero che esiste il paradiso pensai, beh, in quell’istante ero sicura che il nonno ci stesse guardando. Ero sicura che stesse sorridendo.

Ad un tratto una notizia alla radio destò il mio interesse.  Di nuovo quel nome, Borsellino. Parlavano di una ricorrenza, di una triste ricorrenza.  Le parole autobomba, scorta, morti, mafia e Stato s’intrecciavano in un discorso che non riuscivo a comprendere. Ma fu il nome a colpirmi più di tutti. L’uomo che papà mi disse era un eroe si chiamava Paolo, come me, solo al maschile, si chiamava Paolo Borsellino. Fu mio nonno a scegliere questo nome quando nacqui. Diceva che era un nome importante e che dovevo sentirmi onorata nel portarlo. Forse avevo capito male, mi era sembrato di sentire che Paolo Borsellino era stato ucciso il 19 luglio del 1992. Cinque anni dopo, nello stesso giorno mia madre mi diede alla luce. Una coincidenza strana, pensai.  La storia di Paolo Borsellino mi aveva incuriosita.  Avevo bisogno, volevo saperne di più.

 

La signora Gianna, che era la proprietaria dell’albergo, ci accolse all’ingresso con un grosso vassoio di cannoli siciliani. Ne mangiai uno, poi un altro. Stavo per prendere il terzo ma papà mi bloccò la mano: <<Non essere ingorda Paolina>>. La signora Gianna mi fece l’occhiolino e avvicinandosi disse: <<Non ti preoccupare, li metto in frigorifero e quando vuoi fare merenda saranno li ad aspettarti>>. Era una signora davvero simpatica e gentile.

Mi infilai di fretta e furia il costume da bagno. Presi pinne, maschera, asciugamano e un retino per raccogliere conchiglie da aggiungere alla mia collezione.

Mi avevano detto che il mare di Palermo era bellissimo ma non che sembrava un dipinto! Azzurro, verde, turchese e oro. Il pennello della natura aveva realizzato un capolavoro mozzafiato. Solo nei documentari alla tv si vedevano certi spettacoli. Chi poteva immaginare che un giorno ne avrei visto uno vero. L’acqua era trasparente e potevo ammirare il fondo come se stessi guardando dentro ad uno specchio. Nuotai per ore. Non credo di essermi mai sentita tanto felice e fortunata. Come avrei voluto riportare un piccolo angolo di quel mare a Milano!

<< Una bella pastasciutta con le sarde è proprio quello che ci vuole dopo una nuotata!>> disse il cameriere.  Ci aveva fatti accomodare ad un tavolo con vista mare. Mentre gustavo quel delizioso piatto di pasta i miei occhi erano rapiti dal paesaggio che avevo sognato sin da piccola.  Non volevo perdere tempo. Dovevo sbrigarmi per andare a cercare conchiglie. Ne dovevo trovare parecchie. I miei compagni mi avevano fatto promettere di riportarne qualcuna anche per loro e non potevo deluderli. Dopo aver divorato una gigantesca fetta di anguria mio padre andò a riposare in spiaggia. Io presi il mio retino e m’incamminai lungo la riva.

<< Non ti allontanare troppo >> si raccomandò papà.

<< Stai tranquillo, sono grande, non mi perdo>> risposi.

C’erano conchiglie di ogni forma, dimensione e colore. Sembravano non finire mai e dovetti scegliere quelle più belle ed interessanti. Altrimenti avremmo dovuto comprare una valigia nuova per riportarle tutte a casa! Ne scelsi cinque per il mio fratellino, una davvero speciale per la mamma, una bella grande da usare come ferma carte per papà, tre per me da mettere nel vaso mezzo pieno che tenevo sopra la mensola della mia cameretta e alcune per le mie amiche. Ah si, e una per il nonno, la più importante di tutte.

Mi sentivo davvero stanca e pensai di sdraiarmi sotto l’ombra delle immense foglie a forma di ventaglio di una palma, prima di ritornare da papà. L’aria che arrivava dal mare aveva un sapore dolce ma anche salmastro. Il sole lentamente imbruniva la mia pelle color latte. Le onde che s’infrangevano a riva suonavano come la melodia incantata di mille sirene. Guardavo le nuvole scorrere sopra di me. Le abili mani del vento le plasmava in cavalli, delfini e pagliacci. Chiusi gli occhi. Ero libera.

<< Sveglia ragazza, sveglia!>>. Non era la voce di papà. Avevo freddo. Aprii gli occhi lentamente. Era buio. << Oh no, gridai, è notte! Ora come faccio? Mio padre sarà preoccupatissimo! Io non so come arrivare in albergo! Aiuto, la prego mi aiuti a ritrovare mio padre!>>

 

<<Stai tranquilla, non ti lascio sola.>> rispose un gentilissimo signore.  Mentre piangevo e singhiozzavo lui mi asciugava le lacrime con un fazzoletto che profumava di bucato pulito.

 

<< Come ti chiami ragazza mia?>>

<< Sono Paola, Paolina per i miei compagni, sono la più bassa della classe e così mi chiamano Paolina.>> Ero in preda al panico. L’uomo scoppiò a ridere e disse:

<< Beh figliola, hai proprio un bel nome!>>

<< Eh si, me lo dicono tutti.>> dissi << Porto il nome di un eroe che si chiama Paolo Borsellino!>>

<< E’ bello sentirtelo dire, non immagini quanto sia bello>>.

 

Il signore alzò lo sguardo scrutando il cielo. Sembrava un mantello di velluto nero. C’era la luna piena che dall’alto ci guardava. La luce che emanava si estendeva fino a riva. Sembrava aver steso un tappeto per far scendere gli angeli dalle stelle.

<< Andiamo Paolina, andiamo via da qui prima che ti prendi il raffreddore.>> disse il mio nuovo amico.

Ci avviammo verso la strada lasciandoci alle spalle il placido suono delle piccole onde estive che svolgevano a riva per solleticare i piedi dei turisti che passeggiavano.

La mia pancia brontolava. Avrei mangiato molto volentieri un bel gelato. Non feci in tempo a pensarlo che il mio amico mi accompagnò in una gelateria lì vicino. Mentre aspettavo, seduta ad un tavolino, avvenne una cosa strana. Entrarono tre persone che fecero cenno all’uomo dietro al bancone di avvicinarsi a loro. Lui disse che la gelateria era piena e che non aveva tempo da dedicargli in quel preciso momento. Ma gli uomini insistettero e alla fine entrarono tutti insieme dentro una porta con la scritta “magazzino”. La curiosità prese il sopravvento e mi avvicinai allo stanzino per tentare di sentire cosa stessero dicendo. Sapevo che non era giusto spiare le persone ma quei tre avevano un’aria misteriosa e non riuscii a resistere alla tentazione. La porta era socchiusa. Dallo spiraglio riuscivo a vedere tutta la scena. Uno di loro indossava un vestito molto elegante con le scarpe lucide. Gli altri due invece indossavano jeans e scarpe da ginnastica. Avevano circondato il signore della gelateria. Non vedevo bene i loro volti, ma dal profilo di quello con le scarpe lucide spiccava una vistosa cicatrice.

 

<<Li hai i soldi che ti avevamo chiesto per questo mese?>> disse uno di loro.

Il signore del bancone rispose: <<Non sono riuscito a guadagnarne tanti, ne ho una parte. Il mese prossimo potrò darvi tutta la somma>>

<<Non fare il furbo. La gelateria è piena, gli affari ti vanno bene. Facciamo così: ti diamo altri dieci giorni dopodiché, se non ci dai i soldi potrebbe capitare qualcosa di brutto>>

<< Va bene, va bene, vedrò di farvi avere i soldi. Ma vi prego lasciateci in pace, lasciateci vivere tranquilli>>

 

I tre si voltarono per uscire dal magazzino ed io sgattaiolai via con il cuore in gola. Mi rimisi seduta al tavolo. Il proprietario della gelateria riprese il suo posto dietro al bancone e continuò a servire i suoi clienti come se nulla fosse. Ma perché non chiama i Carabinieri? Quelli lo avevano minacciato, erano dei poco di buono, pensai dentro di me. Nel frattempo una ragazza mi aveva portato il gelato più grande che avessi mai visto. Il sapore di frutta fresca miscelato alla panna montata mi fece dimenticare la scena che avevo appena visto.

<< Allora figliola, che classe fai? >> chiese il mio amico.

<< A settembre inizio la terza media e poi andrò al liceo scientifico>> risposi.

<< Bene, ti piace la scuola? >>

<< Non direi proprio che mi piace da morire ma mio nonno mi diceva sempre: <<Studia Paolina, la penna non pesa!>>

<< Aveva ragione tuo nonno. Cosa ti piacerebbe fare da grande? >>

<< Io farò la veterinaria perché gli animali sono esseri sinceri ed innocenti non come noi esseri umani che facciamo le guerre e distruggiamo l’ambiente>>

<< Sei proprio sveglia eh! Se i ragazzi della tua età sono tutti come te questo mondo ha delle buone speranze! >>

<< Beh signore, non è che siamo dei Santi. Abbiamo anche noi i nostri difetti. A scuola i professori dicono che gli facciamo venire l’esaurimento nervoso! Non lo facciamo di proposito e’ che ci piace chiacchierare e scherzare!>>

<< E’ normale Paolina, è normale.>> rispose il mio amico accarezzandomi la testa.

 

Riprendemmo la nostra camminata verso l’albergo. Com’era bella Palermo la sera. Dal mare si alzava un venticello fresco che diffondeva nell’aria il profumo dell’estate. La città si muoveva con calma, come un veliero in mezzo al mare, come se anche lei percepisse che la notte era fatta per riposare, per stare tranquilli e dimenticare le difficoltà che la luce del sole porta con se.

 

<< Lei è di Palermo Signore?>> chiesi.

<<Si, sono cresciuto qui. Giocavo in queste strade. I miei genitori avevano una farmacia non molto distante da questo quartiere.>> rispose il mio amico.

<< Le piaceva la sua città da ragazzo?>>

<< Questa è una domanda difficile figliola ma cercherò di risponderti. Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare.>>

<< Ma perché non le piaceva la sua città?>>

<<Perché a Palermo i cittadini onesti, quelli che hanno avuto il coraggio di combattere per la Giustizia e la Libertà spesso hanno pagato con la vita questo loro coraggio.>>

<< E che cosa dovevano combattere?>>

<< Hm, vedi piccola, nel mondo esiste una malattia molto diffusa e pericolosa. Si chiama “mafia”.

<<Ne ho sentito parlare qualche volta alla tv.>>

<< In Sicilia questa malattia sta uccidendo tutti quei valori che ci permettono di essere cittadini liberi. La mafia è un’organizzazione criminale composta da tanti capi e questi capi hanno molte persone che lavorano per loro.  Il loro scopo è quello di arricchirsi e diventare potenti attraverso azioni illecite, azioni che vanno contro la legge. I membri di questa organizzazione comprano e vendono armi e droga, quella che poi uccide tanti giovani.  Corrompono politici e magistrati per non finire in galera o per restarci il meno possibile, la mafia ricatta le persone chiedendo “il pizzo”. >>

<< E che cos’è il pizzo?>>

<< Il pizzo è una forma di ricatto. I mafiosi pretendono soldi da parte di negozianti ed imprenditori. In cambio promettono di non far loro del male. Se il negoziante decide di non pagarli la mafia li terrorizza con le minacce e con azioni violente>>

<< Forse ho capito Signore. E’ un po’ come quando a scuola i bulli minacciano e mettono paura ai ragazzi più timidi e studiosi. I bulli insultano e picchiano e sanno che nessuno li punirà mai perché i ragazzi più deboli sono soli e nessuno li difende. Hanno troppa paura per raccontare quello che subiscono agli insegnanti o ai genitori.>>

<< Eh cara Paolina, hai capito alla perfezione quello che cercavo di spiegarti.>>

<< Ma come possiamo aiutarli? Come possiamo fermarli?>> chiesi.

<< Rimanendo uniti. Se vedi un gruppo di bulli che picchia o insulta un tuo compagno devi avere il coraggio di stare dalla sua parte. Dovete raccontare ciò che sta capitando. Se i bulli capiscono che non avete paura e che le loro brutte azioni hanno delle conseguenze gravi vedrai che smetteranno di tormentarvi. Ricorda sempre: chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.>>

 

Non potevo fare a meno di pensare al signore della gelateria. Chissà se quei tre uomini facevano parte della mafia?  Speravo tanto che un giorno potesse trovare dentro di se la forza di denunciare ai Carabinieri le persone che lo stavano ricattando. Speravo tanto che tutti i cittadini che subivano questo crimine potessero avere il coraggio di unirsi contro la mafia. Pensavo anche al mio compagno di scuola Papis. Papis era arrivato in Italia dal Marocco. A scuola gli altri ragazzi lo portavano in giro perché non aveva ancora imparato bene l’italiano e parlava con un accento straniero. Durante la ricreazione se ne stava in piedi, da solo a guardare fuori dalla finestra cercando di ignorare le parole cattive e le risate dei bulli della scuola. Ogni giorno Papis doveva subire gli scherzi di cattivo gusto che i nostri compagni gli facevano quando i professori non li vedevano. Una volta, eravamo nel cortile della scuola per la ricreazione; Papis fu spinto giù da un dirupo da un gruppetto di bulli. Quando risalì i ragazzi provarono di nuovo a buttarlo giù ma lui morse la mano ad uno di loro e riuscì a non cadere un’altra volta. Questo si mise a piangere, andò dal professore e gli disse che Papis l’aveva addentato senza motivo. Il prof diede dell’animale a Papis. Noi tutti avevamo assistito alla scena. Papis ci guardava nella speranza e nell’attesa che qualcuno raccontasse la verità. Non so perché nessuno di noi parlò, ma una cosa era certa; il nostro silenzio, la nostra omertà aveva rafforzato i bulli lasciando Papis più solo e più fragile di prima.

Non m’importava cosa avrebbero detto i miei compagni. A settembre tutto doveva cambiare. Sarei diventata amica di Papis.

 

Il mio amico mi disse che l’albergo non era molto distante e che mancava poco perché io potessi riabbracciare mio padre. Risposi che in fondo ero felice di essermi persa. Avevo incontrato un vero Palermitano che mi stava facendo conoscere la città. Ero felice perché ora riuscivo a capire il motivo per cui il nonno se ne era andato dalla Sicilia. Vivere in un posto dove la mafia aveva tanto potere non doveva essere stato facile. Sarebbe come dover frequentare una scuola dove i bulli sono la maggioranza e tutti gli altri devono sottostare alle loro regole per vivere sereni. Un pensiero orrendo! Eppure, il mio nuovo amico era rimasto in Sicilia, era rimasto per cambiare le cose. A quel punto volevo tanto sapere quale fosse il suo lavoro. Un uomo tanto coraggioso doveva essere carabiniere o poliziotto, pensai. Non volevo sembrare maleducata ma dovevo assolutamente capire.

 

<< Mi scusi signore, posso sapere che lavoro fa?>>

<< Ma certo, io sono Magistrato>>

<< E cosa fa un Magistrato?>>

<< Altra bella domanda! Hm, fammi pensare…beh, un Magistrato…facciamo così, ti dico perché sono diventato Magistrato io?”

<< Si, si va bene, sono tanto curiosa.>>

<< Allora, innanzi tutto un magistrato ha il compito di esaminare le prove che vengono raccolte dalle forze di polizia per capire se una persona potrebbe essere responsabile di aver commesso un crimine. Se le prove ci dicono che quella persona ha delle responsabilità il magistrato può farlo arrestare ed eventualmente processare. Durante il processo viene appurata la sua colpevolezza o la sua innocenza. Ognuno di noi è uguale davanti alla legge. Non importa se sei ricco o povero o se la tua pelle e’ nera o bianca. Tutti i cittadini italiani hanno il diritto di farsi processare. Solamente un giusto processo, che ci mostra tutte le prove a favore o contro un imputato può scagionarci da un crimine di cui magari siamo stati accusati ingiustamente.>>

<< Mi sembra un mestiere difficile signore.>>

<< Lo è figliola, specie quando sei solo e devi far arrestare persone importanti o potenti. Vedi, fare il Magistrato antimafia ha dato un senso alla mia scelta di rimanere in Sicilia. Pensai che se amavo questa Terra di essa dovevo occuparmi e questo significava occuparmi esclusivamente di criminalità organizzata.>>

<< Quindi ti occupi di combattere la mafia?>>

<< Proprio così.>>

<< Accidenti e non hai paura che quelli ti possano fare del male?>>

<<E’ normale che esista la paura, in ognuno di noi, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti.>>

 

Pensai che anch’io dovevo trovare il coraggio di diventare amica di Papis a scuola. Sapevo di dover affrontare i bulli e qualche compagno poco sensibile che mi avrebbe sicuramente presa in giro. Ma ero pronta. Se il mio amico poteva combattere la mafia, io potevo fare la cosa giusta e stare al fianco di un ragazzo tanto solo come Papis. Certo avevo paura ma la paura non avrebbe fatto di me una codarda.

Ad un tratto i miei pensieri vennero interrotti da un coro di voci che gridavano: “Fuori, la mafia dallo Stato, fuori la mafia dallo Stato”. Qualcun’altro invece urlava: “Paolo vive!”.

Alzai gli occhi e vidi che il nome della strada che stavamo percorrendo era via Mariano D’Amelio. La strada di cui avevo sentito parlare quella mattina al notiziario mentre ero in taxi con mio padre.

<<Cosa è successo qui? Perché quelle persone gridano?>> chiesi al mio amico Magistrato.

<<Fermati un istante Paolina. Questa è in assoluto la domanda più difficile che tu mi abbia fatto. Dammi la mano, vieni che ti mostro una cosa.>>

 

Ci facemmo largo tra la folla. Tutti avevano in mano un libricino dal titolo “L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino”. Forse, iniziavo a capire. Forse tutte quelle persone erano lì per ricordare Paolo Borsellino. Ci sedemmo sul muricciolo che circondava una bellissima pianta di olivo. Dai suoi rami pendevano bigliettini con scritte di ogni genere: “Le tue idee camminano sulle nostre gambe”, “Resistenza”, “Sempre con voi”. Non capivo quel “voi”. Forse erano morte altre persone oltre Paolo Borsellino? Provai a domandare ma il mio amico mi disse di stare in silenzio e di ascoltare il signore che era appena salito sul palco. Non riuscivo a vedere bene così mi alzai in piedi sul muretto.  Rimasi attonita per qualche secondo. L’uomo sul palco somigliava in modo strabiliante al mio amico magistrato. Il suo aspetto era forse più gracile ma la sua voce trasportava una grande forza. La folla acclamava: “Salvatore, Salvatore. Reeesisteenzaaa!!!” Iniziò a leggere i pochi fogli che teneva in mano:

“Da 16 anni, dal 19 luglio del 1992, i manovratori delle luci hanno fatto calare le tenebre attorno alla scena della strage. Sono rimasti solo i riflettori accesi sul numero 19 di via D’Amelio. Con una luce forte, accecante, in maniera che gli occhi, colpiti da quella luce, non riescano a distinguere quello che succede attorno, in mezzo alle tenebre.

Buio sul castello Utveggio, su via dell’Autonomia Siciliana, buio sul golfo di Palermo, sull’Arenella, sull’Acquasanta, le tenebre coprono tutto, si può solo sentire ogni giorno, alle 17, il suono delle sirene che arriva da via dell’Autonomia Siciliana, le macchine blindate che sbucano d’improvviso da quelle tenebre in una via che dovrebbe essere sgombra, dove dovrebbe essere vietato fare sostare le macchine e che invece ne è tanto piena che, una volta entrati, se ne può uscire solo a marcia indietro.

Ogni giorno, alla stessa ora, il giudice scende dalla macchina lasciando la sua borsa di cuoio sul sedile posteriore, deve solo suonare il campanello della casa di sua madre e dirle di scendere perché deve accompagnarla dal cardiologo.

Tutti gli uomini e l’unica donna della sua scorta scendono insieme a lui e gli si fanno attorno, non hanno che il loro corpo per proteggerlo. Il giudice suona il campanello e non si capisce se riesce a pronunciare qualche parola prima che l’esplosione di centinaia di chili di tritolo, anzi di Semtex, l’esplosivo usato dai militari, scateni l’inferno.

Antonino Vullo, l’autista della macchina del giudice, è restato dentro l’auto, sta facendo la manovra per essere pronto a ripartire appena il giudice ritornerà tenendo per il braccio la madre. Un’onda di calore lo sbalza all’indietro ma la macchina è blindata e resiste all’onda d’urto.

Ogni giorno, alla stessa ora, scende ferito e intontito dalla macchina e camminando sente sotto i piedi delle cose molli, sono i pezzi dei suoi compagni, cammina con i piedi in mezzo alle pozzanghere, è il sangue dei suoi compagni, del suo giudice, insieme ai quali, da allora, continuerà a desiderare di essere morto per non dovere rivivere ogni giorno ed ogni notte, nei suoi terribili sogni, sempre la stessa scena.

Il giudice viene tagliato in due, il troncone del suo corpo viene sbalzato tra quel che rimane della cancellata e la facciata crollata del palazzo. Dei corpi dei ragazzi che lo proteggevano non rimane quasi nulla, una mano vola ogni giorno in alto, in una sequenza senza fine, e si ferma su quello che è rimasto su un balcone del quinto piano.

La madre del giudice sa che è scoppiata quella bomba che tutti sanno, da due mesi, servirà per eliminare, dopo l’altro giudice, anche suo figlio, ma, per pietà, il suo cervello le fa credere che siano scoppiate le tubature del gas ed allora, a piedi nudi, corre per le scale, cerca di arrivare all’esterno, scende per quattro piani in mezzo alle macerie, alle vetrate distrutte, ma arriva giù senza un graffio. Forse suo figlio, prima di andare via per sempre, la prende in braccio e la porta giù, dolcemente e, quando passa vicino al suo corpo, le chiude gli occhi per non farle vedere quello che è rimasto di lui, quello che è rimasto di Emanuela, di Agostino, di Claudio, di Vincenzo, di Walter. In ospedale, dove la porta un pompiere che la raccoglie dalle braccia del giudice, dirà di non avere visto niente di quell’inferno che c’era davanti al numero 19 di via d’Amelio, di non avere visto il corpo di suo figlio, di non avere visto il sangue che riempiva la strada

Ogni giorno alla stessa ora, qualcuno, dal Castello Utveggio, vede distintamente il giudice che sta per premere il pulsante del citofono e preme il pulsante del telecomando che scatena l’inferno, il castello ora è immerso nelle tenebre ma da lassù l’ingresso del numero 19 di via D’Amelio si distingue chiaramente, illuminato dalla luce accecante dei riflettori ed è facile sincronizzare il comando al momento in cui viene premuto il campanello e non lasciare scampo al giudice ed agli uomini della sua scorta.

Ogni giorno, alla stessa ora, il Cap. Giovanni Arcangioli si avvicina alla Croma blindata del Giudice e prende la borsa di cuoio che contiene l’agenda rossa, o è qualcuno a porgergliela, in mezzo alle fiamme ed al fumo non si distingue bene, ma poi si allontana con passo sicuro, guardandosi intorno, verso via dell’Autonomia Siciliana dove c’è qualcuno ad aspettarlo Quell’attentato è stato preparato anche per potere avere in mano quell’agenda.

Nell’allontanarsi dalla macchina calpesta gli stessi pezzi di carne, lo stesso sangue che ha calpestato l’agente Vullo, ma dal suo viso non traspaiono emozioni, forse ha un preciso incarico da compiere, è come essere in guerra, e in guerra le emozioni devono essere controllate. Arriva in Via dell’Autonomia Siciliana ma qui le luci dei riflettori che illuminano la scena della strage non arrivano, c’è il buio, il buio assoluto e non si riesce a vedere a chi il Cap. Arcangioli consegna la borsa e chi ne estrae l’agenda rossa del Giudice. Vediamo solo, ancora sotto la luce dei riflettori, qualcuno che un’ora dopo riporta la borsa, ormai vuota di quell’agenda che potrebbe inchiodare gli assassini del Giudice e chi aveva interesse ad eliminarlo, sul sedile posteriore della macchina blindata.

Sono passati 16 anni e ogni anno, al 19 di luglio, arrivano i padroni dei tecnici delle luci, portano delle corone, le appoggiano alle cancellate, si fanno fotografare, e intanto sorvegliano che tutto vada come previsto, che i riflettori siano sempre accesi con la loro luce accecante sul luogo della strage e che tutto intorno sia tenebra, che niente si riesca a vedere di quello che è successo, di quello che succede, intorno al luogo della strage.

Ma i tecnici delle luci possono controllare solo i riflettori, non possono controllare il cielo e ogni tanto, nel buio, qualche lampo arriva a squarciare le tenebre e lascia intravedere anche se solo per un attimo, quello che loro non vogliono farci vedere, quello che non dobbiamo, non possiamo vedere, non possiamo sapere perché su di esso sono fondati gli equilibri e i ricatti incrociati che tengono in piedi questa seconda repubblica, questo nuovo regime fondato sul sangue delle stragi del 1992.

Ecco un lampo che squarcia le tenebre. Sono le 7 del mattino del 19 luglio, in via Cilea, a casa del Giudice che è in piedi dalle 5, arriva una telefonata del suo capo, Pietro Giammanco. Non gli ha mai telefonato a quell’ora, e di domenica, non lo ha avvisato di un rapporto del Ros in cui si rivelava che era arrivato a Palermo un carico di tritolo per l’attentato al Giudice che ha potuto conoscere la circostanza per caso, all’aeroporto, incontrando il ministro Scotti, e che sui motivi di questa omissione con il suo capo, ha avuto un violento alterco. Non gli ha ancora concesso, da quando è rientrato da Marsala prendendo le funzioni di Procuratore Aggiunto a Palermo, la delega per condurre le indagini in corso sulle cosche palermitane e, in conseguenza, la possibilità di interrogare senza la sua espressa autorizzazione, pentiti chiave come Gaspare Mutolo. Ora, il 19 luglio, quando la macchina per l’attentato è già posteggiata davanti al numero 19 di via D’Amelio, gli telefona per dirgli che gli concede quella delega e gli dice una frase che, oggi, suona in maniera sinistra “così si chiude la partita”. La moglie del Giudice, Agnese, lo sente urlare al telefono e dire “no, la partita comincia adesso” e lo stesso giudice, qualche tempo prima, aveva confidato al maresciallo Canale, che lo affiancava nelle indagini, che “in estate avrebbe fatto arrestare Giammanco perché dicesse cosa conosceva sull’omicidio Lima”. Dal recarsi ai funerali del quale lo stesso Giammanco venne dissuaso solo all’ultimo momento da un procuratore.

Ecco un altro lampo, è ancora il 19 Luglio e si vede il Giudice nella casa in cui si trasferisce in estate, a Villagrazia di Carini che invece di dormire per una mezzora, come è solito fare dopo aver mangiato, continua a fumare nervosamente tanto da riempire un portacenere di mozziconi, e intanto scrive sulla sua agenda rossa, poi prende la sua borsa di cuoio, vi mette dentro l’agenda e il pacchetto di sigarette, saluta i suoi, e parte con la scorta verso il suo ultimo appuntamento, quello con la morte che, dopo la morte di Giovanni Falcone, ha sempre saputo che sarebbe presto arrivata, tanto da continuare a dire a sua madre e a sua moglie “devo fare in fretta, devo fare in fretta

Ecco un altro lampo e in mezzo alle tenebre che circondano il castello Utveggio si vede qualcuno in attesa, ecco che arriva una telefonata sul suo cellulare ed allora punta il binocolo sul portone al numero 19 di via d’Amelio, vede scendere il giudice dalla macchina blindata, lo vede alzare la mano verso il pulsante del citofono e allora preme un altro pulsante di un telecomando che stringe nella mano e subito si vede una colonna di fumo e si sente un boato ed allora, dopo avere osservato in mezzo al fumo, per un attimo, gli effetti dell’esplosione, prende il cellulare fa un numero e dice appena qualche parola. Poi il baleno provocato dal lampo finisce e tutto ripiomba ancora nelle tenebre.

Ecco un altro lampo, e si vede una barca nel golfo di Palermo, è piena di uomini, ma non sono persone qualsiasi, appartengono tutti ai servizi segreti così che le loro testimonianze potranno, dovranno essere tutte concordi. E’ quasi l’ora dell’attentato e tutti sono in silenzio, sembrano attendere qualcosa. Poi si ode, attutito dalla distanza e dalla montagna un tremendo boato, e dalla parte di Palermo verso il monte Pellegrino si vede alzare una alta colonna di fumo e quasi subito dopo arriva una telefonata. Il giudice è morto, quel maledetto ostacolo sulla via della trattativa è eliminato. Dai telefoni cellulari sulla barca partono altre telefonate concitate poi il motore viene acceso e la barca riparte velocemente verso il porto.

Per chiunque, in Italia, sono passate dalle quattro alle cinque ore prima di sapere che il giudice era morto, che quella morte annunciata era arrivata, ma per chi stava su quella barca sono bastati solo centoquaranta secondi per sapere tutto. Ma ora il baleno provocato dal lampo è finito e tutto è ripiombato nelle tenebre.

Un altro lampo, ma stavolta è troppo di breve durata per capire se è veramente Bruno Contrada quell’uomo che si aggira in via D’Amelio subito dopo la strage come due capitani del Ros, Umberto Sinico e Raffaele del Sole affermano di avere saputo dal funzionario di polizia Roberto Di Legami che riportava a sua volta una relazione di servizio, poi distrutta, di alcuni agenti accorsi sul luogo della strage.

Ancora un altro lampo che squarcia per poco tempo le tenebre. È la fine di Giugno e si riesce a vedere Vito Ciancimino che consegna al Cap. De Donno e al Col. Mori un foglio scritto a mano, il papello di Riina, con le dodici richieste del capo della cupola per fermare l’attacco al cuore dello Stato.

Un altro lampo, è il 1 di Luglio e si vede il giudice al ministero, davanti alla porte di Mancino, per un incontro a cui è stato chiamato dallo stesso ministro mentre stava interrogando Gaspare Mutolo. Il giudice ha annotato questo appuntamento nella sua agenda: 1 Luglio, ore 19: Mancino, ma la luce provocata dal lampo si esaurisce e non riusciamo a vedere chi c’è dietro quella porta ad aspettarlo e che cosa gli viene detto. Dall’agitazione del giudice quando torna ad interrogare Mutolo si può solo immaginare che gli viene detto che lo Stato ha deciso di aderire alla richieste contenute nel papello e la reazione del giudice che deve essere stata così violenta e sdegnata da non lasciare spazio, per concludere la trattativa, ad altra possibilità se non quella di eliminarlo, ed eliminarlo in fretta. Ma le tenebre sono troppo fitte per vedere qualcosa e solo Mancino ci potrebbe dire, se guarisse improvvisamente dalle sue amnesie, che cosa accadde veramente in quella stanza.

Altrimenti potremo solo aspettare, se mai avverrà, che una serie continua di lampi squarci le tenebre ed allora potremo veramente vedere quali e quanti mani, tra quelli che oggi godono i frutti dei nuovi equilibri raggiunti, siano lorde del sangue delle stragi del 92 e di quelle altre stragi che, nel 93, furono necessarie prima che la trattativa venisse conclusa”

Salvatore, l’uomo sul palco, era il fratello di Paolo.

Il suo discorso, la storia che ci aveva appena raccontato mi sembrò ingiusta ed orribile. Quel “voi” che prima non riuscivo a comprendere era divenuto chiaro. In Via D’Amelio erano morti anche Emanuela Loi, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Agostino Catalano e Claudio Traina. Loro erano gli angeli custodi del Giudice Paolo. Erano gli uomini e l’unica giovane donna della sua scorta. Eh si, anche questo avevo capito dal discorso di Salvatore. Suo fratello aveva avuto bisogno di protezione perché quando ti metti contro la mafia, quando sei tu a mandare i mafiosi in galera rischi la vita. Purtroppo, quel maledetto 19 luglio del 1992 neanche i suoi angeli erano riusciti a fermare la bomba che li avrebbe uccisi tutti senza pietà.

Molti pensieri affollavano la mia mente.  Mi sembrava di vedere le palazzine distrutte di Via D’Amelio. Udivo le sirene delle ambulanze. Vedevo i pompieri destreggiarsi tra le rovine ed i vetri infranti sparsi lungo la strada. Sentivo le grida delle persone. E c’erano lenzuola bianche per coprire ciò che rimaneva dei corpi di Paolo, di Emanuela, di Walter, di Vincenzo, di Agostino e di Claudio. Le parole di Salvatore evocavano una scena simile a quella di una guerra. Non riuscivo a trattenere le lacrime. Il mio amico mi porse di nuovo il suo fazzoletto. Sussurrandomi nell’orecchio disse: << Paolina, non piangere. Non è tempo di piangere è tempo di capire per scoprire la Verità.>>

In effetti, la ricostruzione di Salvatore non era solo triste. A tratti era sembrata un vero e proprio romanzo giallo.

C’erano tanti “perché” che dovevano trovare una risposta. Tutte le persone che quella sera si erano radunate in Via D’Amelio e che erano venute da ogni parte d’Italia sollevando con determinazione quel piccolo libro rosso al cielo reclamavano Giustizia e Verità. E, dopo aver ascoltato Salvatore avevo anch’io un grande bisogno di capire chi aveva voluto la morte del giudice Borsellino ma anche il motivo?

<<Vieni Paolina, vuoi salutare Salvatore?>>

<<Davvero?>>

<<Certo, sono sicuro che lo renderesti immensamente felice.>>

<<Sembra quasi che lo conosca.>>

<<Eh ragazza mia, in un certo senso è proprio così.>>

Mi feci largo tra la folla per raggiungere Salvatore.

Si accorse subito di me e sorridendo mi chiese come mi chiamavo. Gli dissi che mi chiamavo come suo fratello. Per la prima volta pronunciai il mio nome, il mio vero nome, Paola, senza diminutivo. E lo feci con immenso orgoglio. Salvatore chiese ad un ragazza che gli stava accanto di passargli una Agenda Rossa. Da sopra le lenti dei suoi occhiali, due occhi azzurri mi scrutavano con l’affetto di un nonno. Non riuscivo a proferire parola per l’emozione. Salvatore mi prese per mano e insieme ci sedemmo appena sotto il palco, in disparte. Il tempo sembrava essersi fermato. Per un istante era come se fossi seduta accanto al mio nonno mentre mi raccontava delle sue avventure da ragazzo in quella Sicilia la cui anima era viva e potente come la frase che mi aveva scritto Salvatore sulla prima pagina della mia Agenda Rossa: “Se la gioventù le negherà il consenso anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo”.  Un sorriso nascondeva gli occhi lucidi di Salvatore. Mi strinse forte e io strinsi lui in un abbraccio che per me fu quello che non feci in tempo a dare al nonno prima che morisse. Era un momento al quale pensavo spesso, che mi faceva piangere. Non so perché ma lui me lo ricordava tanto. Le sue braccia avevano lo stesso calore, rassicurante e sincero.

<< Posso scriverle qualche volta signor Borsellino, sa con il computer?>> gli chiesi di getto.

<<Guarda nella tua Agenda Paola, ci ho scritto il mio numero di telefono, così quando ne hai voglia puoi chiamarmi.>>

Non riuscivo a credere alle mie orecchie. Pensavo di aver capito male ma guardando bene sotto la dedica c’era davvero il suo numero. Il cuore mi scoppiava dalla gioia mentre lo guardavo allontanarsi con intorno tantissime altre persone che volevano parlargli e abbracciarlo.

Cercai con lo sguardo il mio amico ma non riuscivo più a vederlo. Un senso di panico mi assalì. Tra l’incontro con Salvatore e tutta la confusione lo avevo perso di vista.  Angosciata iniziai a cercarlo freneticamente tra tutta quella gente. Niente, non c’era più. Provai a ritornare sotto all’olivo, dove ci eravamo lasciati, ma nulla. Pensai di ritornare da Salvatore ma la folla che aveva intorno era troppo fitta e non riuscivo a passare. Ad un tratto qualcuno che mi afferrò il braccio.

<< Ehi ragazza, che succede? Che ci fai qui tutta sola? Dove sono i tuoi genitori?>>

<<Mi sono persa, ero qui con un mio amico che doveva riportarmi da mio padre ma non lo trovo più>>

<<Resta qui con me, una ragazzina come te non dovrebbe andarsene in giro da sola di notte. Adesso vedremo di riportarti a casa, dove abiti?>>

<<Sono qui in vacanza.>> risposi un po’ intimorita.

Il signore che mi aveva afferrato aveva un aspetto duro. I suoi capelli erano scuri e aveva la barba incolta. Ma qualcosa mi diceva che potevo fidarmi nonostante i suoi modi fossero un tantino meno cortesi e affabili di quelli del mio amico magistrato. Mentre spulciava la rubrica del suo telefonino osservai le sue mani, logorate dalla fatica fisica, proprio come quelle di papà che faceva l’idraulico. I suoi occhi erano piccoli e scuri ma sorridenti, oserei dire simpatici.

<<Allora, dimmi il numero di telefono di tuo padre ragazza che lo chiamiamo subito.>>

Recitai a memoria il numero. Non vedevo l’ora di sentire la sua voce. Avevo voglia di abbracciarlo per dirgli che gli volevo bene, per chiedergli perdono e per assicurargli che mai più l’avrei fatto arrabbiare.

<< Il telefono pare staccato>> disse l’uomo

<< Io mi chiamo Vincenzo e tu?>> chiese.

<< Sono Paola, sono di Milano.>>

<<Una bella città figliola, ma la Sicilia è la Sicilia, non sei d’accordo?>>

<< E’ vero, il mare mi piace da impazzire!>>

<< Andiamo va. In quale albergo state tu e tuo padre? Ti accompagno io.>>

Mi sentivo sollevata anche se ero dispiaciuta di aver perso di vista il mio amico magistrato. Non avevo avuto il tempo di chiedergli un indirizzo di posta elettronica o di dargli il mio numero di telefono e, avrei tanto voluto farlo conoscere a mio padre.

<< Aspetta figliola, aspetta un momento.>> Vincenzo mi fermò con la mano. << Lasciami ascoltare un momento. >>

Dal palco una signora non molto giovane, vestita con una gonna lunga e colorata stava suonando la chitarra. La sua voce intonava una canzone in dialetto siciliano. Non riuscivo a comprendere le parole ma non aveva importanza. Vedevo bene il suo viso. Aveva i lineamenti dolci e la carnagione molto chiara. I suoi capelli erano brizzolati e leggermente mossi. Risplendevano di argento sotto la luce del proiettore. Teneva gli occhi socchiusi e le sue folte ciglia nere erano bagnate di pianto. Cantava lentamente.  Ogni parola era un’emozione che doveva penetrare i nostri cuori o forse, ancor di più, i nostri pensieri. Mentre ascoltavo rapita il dolce suono che le sue esili dita producevano ogni volta che sfioravano una corda, sentii una voce bisbigliare da dietro:

<< Vincenzo sei un traditore.>>

Ero pietrificata. Guardai Vincenzo che rimase immobile senza voltarsi, come se sapesse chi fosse la persona alle nostre spalle. Dalle sue rughe profonde non traspariva nessuna emozione. Solamente una goccia di sudore si fece strada lungo la basetta della sua barba per congiungersi con una lacrima scesa precedentemente.

<< Signor Vincenzo?>>   lo chiamai.

Si mise l’indice sopra le labbra e mi fece segno di rimanere in silenzio. Ubbidii senza fiatare. L’odore intenso, nauseabondo di profumo che avevo avvertito intorno a noi si allontanò. Tirai un sospiro di sollievo. Ma di colpo mi arrivò vicino all’orecchio l’alito caldo di parole minacciose

<< Di un po’ ragazzina, lo sai chi è questo signore che ti sta vicino, costui e’ un traditore, un mafioso che adesso vuole fare il pentito.  Quando nasci mafioso lo sei per tutta la vita, fattelo raccontare da Vincenzo.>>

Piangevo, silenziosamente, avvolta, quasi protetta dalla musica che viaggiava nell’aria. Istintivamente feci per scappare. Voltandomi, con la coda dell’occhio scorsi una grossa cicatrice sulla guancia dell’uomo che ci stava importunando, la stessa che avevo notato sul volto del bandito della gelateria. La mano veloce di Vincenzo mi bloccò il braccio in una morsa stretta. Mi guardò diritta negli occhi.  Capii che non era lui il cattivo.

Le ginocchia tremavano, mi tremava tutto il corpo.

<<Calmati figliola, finché ci sono qua io nessuno ti farà del male. Continua ad ascoltare la signora, a testa alta, ascolta. Poi ti spiegherò tutto>> mi disse.

Volevo mio padre, volevo sentire il suo abbraccio. Avevo bisogno della sua voce. Chissà com’era in pensiero. Se solo lo avessi ascoltato, se solo non mi fossi allontanata tanto, ora non mi troverei in questo brutto guaio. Giurai solennemente dentro di me che da quel giorno in poi non avrei mai più disubbidito ai miei genitori. A volte mi arrabbiavo con loro e finiva che litigavamo perché non mi lasciavano fare tutte le cose che facevano i miei compagni.

<< Paolina – diceva mio padre –  capisco che ora io e tua madre ti sembriamo ingiusti o persino cattivi ma quando ti diciamo di no, lo facciamo per il tuo bene. Non vogliamo che ti capiti nulla di male. Siamo stati ragazzi anche noi, sappiamo che vorresti fare tutto quello che ti passa per la testa, sappiamo che vorresti stare sempre con i tuoi amici ma, da genitori abbiamo il dovere di saper dire di no quando pensiamo che potresti trovarti in una situazione di pericolo. Cerca di capire.>>

Adesso il senso di quei discorsi mi era chiaro.

La musica era finita.  Salvatore salì sul palco e con grande commozione ci presentò la signora che aveva appena finito di cantare. Il suo nome era Marilena, Marilena Monti.

Spiegò al pubblico che la signora Marilena era una sua cara amica, una vera artista che aveva scritto molte canzoni e poesie. Una di queste s’intitolava “Giudice Paolo”. A quel punto Marilena iniziò a recitare la sua poesia. Quante persone erano radunate in Via D’Amelio. C’era una atmosfera accogliente. La sensazione era come quella che provavo nelle fredde serate d’inverno, quando Mamma, Papà, mio fratello ed io ci ritrovavamo sul divano, sotto una coperta a guadare film e mangiare pop- corn caldi. La frase che mi aveva colpita di più la ricordo benissimo: “Ti giuro Giudice Paolo dagli occhi di miele e mestizia che noi ti faremo giustizia! “. La ricordo perché mi faceva pensare agli occhi del mio amico magistrato. Erano occhi buoni ma malinconici. Sembravano avere una storia da raccontare. Salvatore era rimasto in piedi sul palco, accanto alla sua cara amica. Teneva la mano appoggiata sopra la spalla di Marilena, come per assorbire il sentimento che quella bellissima poesia regalava.

Vincenzo mi prese per mano.

<< Voglio essere certo di non perderti in mezzo a tuta questa gente.>> disse.

Avevo paura che l’uomo con la cicatrice tornasse. Sentivo ancora la sua brutta voce nelle orecchie. Disse che Vincenzo era un mafioso e che ora voleva fare il pentito. Ma cosa voleva dire? Se era un mafioso allora ero in guai seri. Dovevo scegliere. Tentare la fuga o rimanere? Ma la curiosità prese di nuovo il sopravvento. Prima di scappare dovevo sapere cosa significava la parola “pentito”. Ossia, sapevo bene cosa volesse dire essere pentiti, anche perché io ero davvero pentita di non aver dato ascolto a mio padre, tanto che iniziavo già a pensare alla punizione che mi avrebbe riservato.

Ci incamminammo verso l’albergo e strada facendo mi raccontò una storia, quella che lo aveva legato per sempre al Giudice Paolo Borsellino.

<< Da dove inizio? Vediamo un po’ ragazzina. Non vado fiero di quello che ero un tempo e come vedi il passato torna spesso a tormentarmi. Ero un mafioso che ha deciso di pentirsi e di collaborare con la Giustizia, è vero. La differenza tra me e l’uomo che ti ha spaventata poco fa sta nel fatto che lui ha scelto di continuare ad essere un mafioso, io invece ho scelto di fare la cosa giusta e di lottare per sconfiggere la criminalità organizzata. Voi ragazzi dovete capire che la mafia fa schifo e che i veri eroi sono persone come il Dott. Borsellino. La mafia ha ucciso moltissime persone. Uomini e donne oneste, con la schiena dritta. Le vittime di mafia sono quelle che non si sono piegate alla volontà dei criminali. Erano forti perché avevano il coraggio di denunciare i terribili crimini di queste organizzazioni. E se ve le dico io queste cose, che ero quello che era stato incaricato di uccidere il Dott. Borsellino, dovete credermi sulla parola.>>

Mi sentivo sconcertata e scioccata dal racconto di Vincenzo. Ero triste perché stavo scoprendo un aspetto della mia amata Italia che non conoscevo. Un aspetto violento e oscuro che rischiava di distruggere” la bellezza del fresco profumo di libertà”. Continuai ad ascoltare. Parlava con intensità e le sue parole erano penetranti. Mio Nonno diceva che quando una persona arriva a toccarti l’anima allora bisogna ascoltarla doppiamente. Diceva che in quei momenti i cuori si parlano, si comprendono e riescono a superare gli ostacoli che spesso li dividono.

<<M a allora è stato lei…?>>

Vincenzo non mi fece finire la domanda. Aveva intuito cosa stessi per chiedergli.

<<No, Paola. Non ho ucciso io il nostro amatissimo Giudice.>>

<< Ma hai detto che ti avevano incaricato di ucciderlo. Chi ti aveva incaricato, la mafia? >>

<< Si Paola, una organizzazione criminale mafiosa voleva che io uccidessi il Giudice Paolo. Dicevano che di lui non doveva restare nulla, nemmeno le idee. Ma è successo che sono stato arrestato e portato in carcere prima di avere la possibilità di compiere quel gesto vile e orribile. E li, in quel carcere ho conosciuto il nostro Giudice. Nella cella dove ero rinchiuso trascorrevo le giornate a riflettere. Per i mafiosi ero un traditore, e per questo mi volevano morto. L’unico modo che avevo per salvare me stesso era salvare il Giudice Paolo. Così decisi di diventare collaboratore di giustizia e feci della Verità lo scopo della mia vita. Paolo Borsellino mi ha fatto capire che solo la verità può rendere un uomo davvero libero. Ma dobbiamo saperla amare più della nostra stessa vita.>>

<< Ma cosa fa di preciso un collaboratore di giustizia?>> chiesi.

<<Collabora con la Giustizia. Vuol dire che racconta quello che sa ai magistrati per aiutarli nelle indagini. In cambio si può ricevere una riduzione della pena per i reati che abbiamo commesso. Qualche volta veniamo inseriti in un programma di protezione.>>

<<E cos’è? >>

<< Come ti ho detto, spesso i collaboratori di giustizia rischiano la vita. Quindi abbiamo bisogno di essere protetti dalle organizzazioni criminali che vogliono fare del male a noi e alle nostre famiglie. E questa protezione ce la garantisce il governo, lo Stato. Ci danno automobili blindate per andare e tornare dai tribunali in sicurezza. Ci aiutano a pagare l’affitto di una casa in un luogo segreto, dove i mafiosi non possono trovarci. Il programma di protezione ci mette al sicuro, così possiamo continuare a raccontare ai magistrati quello che sappiamo sui piani criminali dei mafiosi.>>

<< Capisco. Ma allora quell’uomo con la cicatrice ti vuole fare del male. Ma tu non sei nel programma di protezione?>> chiesi.

<< Io ho deciso di rinunciare al programma spontaneamente.>>

<< E se quelli ti vogliono uccidere? Non hai paura?>>

<< No Paola. Vedi, io sono un uomo libero ora. Sono i mafiosi invece quelli che hanno paura perché un collaboratore di giustizia innamorato della Verità può mandarli tutti in galera per molto tempo.>>

Da lontano vedevo le luci dei lampeggianti delle macchine della Polizia e dei Carabinieri. Erano ferme davanti all’albergo. L’avevo combinata proprio grossa questa volta. Non credo di aver mai provato tanto panico. “E se adesso fuggissi il più lontano possibile?” – pensai.  Una idea assurda, ma era questo che avevo voglia di fare. Vedevo già il viso imbufalito di mio padre. Sapevo di essere nel torto, non sarei dovuta allontanarmi tanto. Dovevo assumermi le mie responsabilità e affrontare la situazione.

Entrai nell’atrio dell’albergo insieme a Vincenzo. C’erano uomini in divisa dappertutto.

<< Eccola!” >> gridò la signora Gianna.

Si girarono tutti verso di noi. La porta dell’ufficio si spalancò. Uscirono due Poliziotti e dietro di loro il mio papà. Piangeva mentre mi veniva incontro. Non avevo mai visto mio padre piangere.  Anche io scoppiai in lacrime. Gli istanti che passammo abbracciati l’uno all’altra furono eterni. Intorno a noi non esisteva più nulla. Le voci delle persone che continuavano a farmi domande sembravano lontane anni luce. Mi faceva male al cuore ascoltare il pianto di mio padre.  Non lo avrei mai più fatto impaurire in quel modo, mai. Ero fortunata ad avere una famiglia che mi amava tanto. Sapevo che per tanti ragazzi della mia età, purtroppo, non era così.

<< Bene, tutto apposto Paola. Hai visto che abbiamo ritrovato tuo padre? >>

La voce di Vincenzo spezzò l’incantesimo. Tutti applaudirono.  Mio padre sorrideva mentre si asciugava le lacrime.  Ogni timore svanì. Non mi rimproverò, come avevo pensato. Mi disse solamente che mi voleva un bene infinito e che potermi abbracciami era l’unica cosa che importava veramente.

<< Papà, ti presento Vincenzo. E’ stato lui a riportarmi in albergo.>>

Seguirono i dovuti ringraziamenti. Poi si avvicinò un signore non tanto alto. Mio padre ci presentò. Era un ispettore di Polizia. Si chiamava Giuseppe ma si faceva chiamare Pippo. Era simpatico, aveva gli occhi sorridenti e un paio di baffi folti e ben curati.

<< Ci hai fatto prendere un bello spavento Paola. Ti stavamo cercando dappertutto.>>

Mi scusai con mio padre e con tutte le persone che avevo fatto stare in pensiero.

<< Sei stata fortunata ad aver incontrato Vincenzo. Ma dove si era cacciata? “>> chiese l’ispettore.

Evidentemente i due si conoscevano bene. Infatti l’ispettore Pippo ci spiegò che si erano incontrati molti anni prima, quando Vincenzo decise di diventare collaboratore di Giustizia. Pippo aveva lavorato a molte indagini di mafia, anche al fianco del Giudice Paolo. Si vedeva chiaramente che tra loro c’erano rispetto e fiducia. Il modo in cui si parlavano era limpido, sincero. Era impossibile immaginare che un tempo erano stati nemici. Ora invece erano dalla stessa parte, insieme, uniti nella lotta alle mafie. Mi convincevo sempre di più che tra il male e il bene vince il bene, ma dobbiamo volerlo con tutte le nostre forze.

<< L’ho raccolta alla manifestazione delle Agende Rosse, in Via D’Amelio.>> rispose Vincenzo.

<< A proposito, lo sai che poco fa mi hanno chiamato dalla Questura. Pare che hanno arrestato quel poco di buono che sappiamo noi.>> continuò Pippo.

<< Finalmente! Era ora! E come hanno fatto?>> chiese Vincenzo.

<< Conosci Luigi? Il proprietario della gelateria che hanno fatto bruciare qualche settimana fa      perché non pagava il pizzo ai mafiosi?>>

<<Ma come no, certo che lo conosco, ci porto spesso la mia famiglia.>>

<< Beh, si è deciso a denunciare quelli che lo stavano ricattando, così i magistrati hanno potuto emettere l’ordine di arresto per Vinny lo sfregiato.”

Io ero lì, abbracciata a mio padre ad ascoltare. Non riuscivo a credere alle mie orecchie. “lo sfregiato”, la gelateria? Stavano parlando di quel losco individuo che vidi per la prima volta insieme al mio amico magistrato. Quello che aveva minacciato, per l’appunto, il signore della gelateria. Lo stesso che aveva provato a spaventarci in Via D’Amelio!

Mentre Vincenzo raccontava all’ispettore di come Vinny lo sfregiato si era avvicinato a noi con fare minaccioso, pensai che sarebbe stato meglio dire alla Polizia cosa avevo visto e sentito qualche ora prima.

Salutammo Vincenzo con la promessa che saremmo rimasti in contatto. L’ispettore ci accompagnò al Commissariato. Lungo il tragitto prese a spiegarci il significato dei nomi delle strade che incrociavamo. Era incredibile quante di esse erano state dedicate alle vittime di mafia. Strade che portavano i nomi di uomini, donne, Magistrati, Poliziotti, Carabinieri, Giornalisti. Ognuna aveva una storia da raccontare. Erano persone diverse tra loro, unite dalla tragedia di essere diventati eroi, cittadini che avevano sacrificato la propria vita, la famiglia, gli amici, in nome della Giustizia e della Verità. Non era affatto giusto pensai. Perché bisogna morire per difendere i propri diritti? A quel punto decisi che non dovevano più esserci Eroi. Capii che noi tutti avevamo un debito nei confronti del Giudice Paolo, verso tutte le vittime di mafia. E il nostro debito potevamo pagarlo solo facendo il nostro dovere, rifiutando il “puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”. Toccava a noi, ai giovani mantenere vive le parole, i pensieri e le azioni di uomini come Paolo Borsellino. E mantenerli vivi significava parlare di loro, ovunque e sempre. Solo in questo modo potevamo impedire che venissero dimenticati. Solo così potevamo sperare di avere un futuro libero.

C’erano alcune formalità da sbrigare prima di archiviare questa avventura. Finii di raccontare ciò che avevo visto nella gelateria a mio padre e all’ispettore.  Mentre parlavamo notai che sul monitor del computer c’era una fotografia.  Era il viso del mio amico magistrato.

<< E’ lui Papà, è lui che mi ha trovata in spiaggia. Era con me nella gelateria, mi ha portata in Via D’Amelio e mi ha fatto conoscere Salvatore Borsellino. E’ lui che mi ha aiutata prima che Vincenzo mi riportasse in albergo!!!” >> esclamai.

<<Paolina, credo che tu sia molto stanca. Hai bisogno di una bella dormita. Rifletti, quello è Paolo Borsellino. E per quanto sarebbe straordinario poterlo incontrare purtroppo sai bene che non è possibile.>>

L’ispettore mi guardava. Sorridendo disse a mio padre:

<< Ma lei lo sa che solo i bambini riescono a vedere gli Angeli?>>

Lungo la scalinata del Commissariato mio padre si fermò, si voltò verso di me e disse:

<< Sai Paolina, ero tanto arrabbiato con te mentre ti cercavamo. Non ho chiamato la Mamma perché la Polizia mi ha detto di aspettare prima di farla preoccupare inutilmente. Non ho mai avuto tanta paura.>>

<< Eccoci, ci siamo, arriva la punizione.>> pensai.

<< Poi – continuò mio padre –  quando ti ho abbracciata non sono riuscito a fare altro che ringraziare il Signore. L’ho ringraziato come non avevo mai fatto nella vita, per averti riportata da me sana e salva. Sono orgoglioso di te. Hai fatto la cosa giusta la dentro. Hai fatto bene a raccontare all’ispettore l’esperienza che hai vissuto in quella gelateria. Probabilmente quel mafioso resterà in galera per un bel po’ di tempo, e questo sarà anche merito tuo. Sei forte Paolina, ma del resto l’ho sempre saputo. Lo so dal giorno in cui sei nata. “

Strinsi mio padre più forte che potevo.

<< Ti voglio tanto bene papà” – furono le uniche parole che riuscii a pronunciare.

 

Rientrammo in albergo. Era mezzanotte passata. Non appena posai la testa sul cuscino mi addormentai.

La mattina dopo Gianna ci aveva preparato una colazione speciale. Mio padre mi lasciò mangiare tutti i cannoli che riuscivo a mandare giù. Scattai ancora qualche foto prima di salire nel taxi che ci avrebbe riportati all’aeroporto. Dal sedile posteriore dell’auto salutai Gianna fino a quando, svoltato l’angolo, non la vidi più. L’avrei chiamata quella sera stessa, per farle sapere che eravamo arrivati a casa senza problemi.

Erano trascorsi solo due giorni ma sembrava passata una eternità.  Riabbracciare mia madre e quella peste di mio fratello fu bellissimo. Erano lì, all’aeroporto di Milano ad aspettarci. Appena si aprirono le porte scorrevoli, all’uscita del controllo doganale, li vidi. Saltavano su e giù e agitavano le braccia per farsi riconoscere tra la folla.

Prima di partire per Palermo mio padre ci aveva promesso che al ritorno saremmo andati a pranzo fuori.  La decisione per alzata di mano fu unanime; pizza, coca cola e una valanga di patatine per tutti!

Seduti a tavola mio padre raccontò alla mamma tutto quello che era successo.  Stentava a crederci. Il suo viso cambiava espressione man mano che la storia si evolveva. Un momento era triste, poi usciva qualche lacrima, poi era preoccupato, arrabbiato e infine sollevato.  Avevo un po’ di timore. Non sapevo bene come avrebbe reagito. Magari non sarebbe stata clemente e comprensiva come mio padre. Ma anche lei mi sorprese.  Mi disse quanto era orgogliosa di me. Disse che aveva una figlia straordinaria e coraggiosa che sapeva riconoscere giusto da sbagliato, che non aveva paura di seguire il suo cuore. << Tutto è bene quel che finisce bene! >>, concluse abbracciandomi, credo, con tutta la forza che avesse, visto che non riuscivo a respirare!

Finalmente ero di nuovo a casa. Mi era mancato il profumo che si avverte entrando dalla porta. Ogni casa ha un odore proprio, familiare solo a chi ci abita. E’ un profumo accogliente, come quello di un nido. Avere un nido è come avere un posto dove non importa quanto ti allontani, puoi sempre tornare. E’ un posto dove puoi sempre essere te stesso perché nessuno ti giudica. Lì, nel tuo nido persino i tuoi difetti saranno sempre amati.

Mi tuffai sopra il letto. Dalla camera ascoltavo i miei genitori chiacchierare mentre prendevano il caffè in cucina. Mio fratello Daniele invece giocava a rincorrersi per tutta casa insieme alla mascotte di famiglia: la nostra cagnolina Peanut (che in inglese vuol dire nocciolina). Fu Daniele a darle questo nome perché diceva che profumava di noccioline.

Ad un tratto squillò il telefono. Mi alzai di scatto per andare a rispondere.

<< Pronto? >>

<< Finalmente! Sei tornata!>> era la mia migliore amica Ivana.

<< Ho un sacco di cose da raccontarti, non puoi immaginare quello che mi è successo >> le dissi.

<<Ok, ok, però prima devo darti io una notizia Paolina e non è molto bella.>> rispose.

Ci fu qualche istante di silenzio. Il tono della voce di Ivana non era quello di sempre. Non l’avevo mai sentita tanto seria.

<< Cosa c’è? Cosa è successo?>> le chiesi.

<< Allora, non so neanche da dove iniziare. Non c’è un modo gentile per dire questa cosa, è orribile, siamo tutti sotto shock.>>

<< Per favore Ivana, dimmi cosa è successo e basta, mi stai facendo preoccupare sul serio.>>

<< Ok, te lo dico. Papis è in ospedale e non sta per niente bene. Il solito gruppo di bulli lo ha picchiato.  Si stava allenando per la maratona della scuola e lo hanno aspettato all’uscita del campo sportivo. Da quello che mi hanno raccontato lo hanno colpito in testa e nello stomaco. Ha diverse costole rotte. Mio padre ha telefonato in ospedale per sapere come sta e il dottore gli ha detto che piange e che non vuole parlare con nessuno. Anche la mamma di Papis piange tanto. Non riescono a consolarla. Mio padre è riuscito anche a sapere che non hanno nessun parente qui in Italia, sono completamente soli…>>

Ivana continuava a parlare ma la sua voce, d’improvviso, sembrava lontana, rimossa. Era come se tutto si fosse annebbiato. Mi faceva male il cuore. Come si poteva essere tanto crudeli con un ragazzo tanto buono e gentile? Papis non era diverso da noi. Certo, era nato in un paese lontano, aveva dovuto imparare l’italiano e la sua pelle era più scura rispetto alla nostra. Ma questo non doveva essere motivo di odio nei suoi confronti. L’amicizia di Papis per me era una grande ricchezza. Ci dava la possibilità di conoscere e amare una cultura diversa dalla nostra. Noi potevamo imparare da lui e lui da noi.  Questa violenza doveva finire. Quei teppistelli avevano rubato il sorriso a Papis.  Nessuno ha il diritto di togliere il sorriso ad un’altra persona.

Corsi in cucina dai miei genitori. Anche loro rimasero sconvolti dalla notizia. Chiesi a mio padre di portarmi in ospedale.  Afferrò le chiavi della macchina ed in un attimo eravamo fuori casa.

In portineria ci indicarono come arrivare al reparto di pediatria dove era ricoverato. Cercavo di pensare a cosa gli avrei detto ma non mi veniva in mente nulla. Sentivo solo il bisogno di rassicurare il mio amico. Volevo che sapesse che i ragazzi italiani non sono tutti cattivi come quei bulli. Esistevano anche persone come me, che non lo avrebbero più abbandonato. Doveva sapere che da ora in poi, sarei rimasta sempre al suo fianco. La verità era che mi sentivo tanto in colpa. Se solo avessi avuto il coraggio di difenderlo prima non saremmo arrivati a tanto. Speravo di riuscire a rimediare.

La stanza numero dodici si trovava in fondo ad un lungo corridoio. La porta della camera era aperta. La madre di Papis era seduta e guardava fuori dalla finestra. Il suo viso era segnato dal dolore, pallido. Aveva gli occhi gonfi di pianto e un’aria molto stanca. Tra le mani teneva un fazzoletto bianco. Il capo era coperto da un bellissimo velo color pesca. Da sotto s’intravedevano i suoi capelli nerissimi. Era assorta, persa in chissà quali pensieri. Non ci vide neanche entrare. Mio padre si avvicinò in silenzio. Papis dormiva e non volevamo svegliarlo. Le posò una mano sulla spalla. Lei si alzò in piedi, quasi impaurita. Ci presentammo. Il suo nome era Nilu. Ci invitò a sederci cedendo la sua sedia a mio padre. Conosceva solo poche parole di italiano. Continuava a ripetere: “Povero il mio Papis, lui è tanto buono. Non vuole fare male a nessuno”.  Mentre gli bagnava le labbra con il fazzoletto bianco Papis aprii gli occhi. Mi avvicinai a lui e gli strinsi forte la mano. Il suo viso era gonfio e pieno di lividi. Lungo il labbro superiore avevano dovuto mettere diversi punti di sutura. Qualche lacrima iniziò a scivolare delicatamente lungo le sue guance. Istintivamente le asciugai pregandolo di scusarci tutti, pregandolo di non piangere perché l’avrei aiutato io a guarire da tutte quelle ferite. Soprattutto da quella più dolorosa. Gliela indicai posando le nostre mani unite sul suo cuore. Gli diedi un bacio sulla fronte e lui mi abbracciò stretta. Singhiozzava, non riusciva a parlare. Ma non ce n’era bisogno. Il tempo delle parole e delle lacrime era finito, adesso occorreva agire. E questo significava proteggere Papis dai bulli. Dovevamo raccontare la Verità, dovevamo dire i loro nomi ai nostri genitori, ai professori, alla preside della scuola, alle Forze dell’Ordine. Dovevamo fare la cosa giusta per lasciare che la Giustizia potesse fare il suo corso.

Arrivò l’infermiera con le medicine e ci chiese gentilmente di lasciar riposare Papis. Era giusto.

La signora Nilu ci accompagnò all’uscita del reparto. Ci ringraziò più volte. Mi sentivo in imbarazzo. Nonostante tutto il male che avevano procurato a suo figlio trovava ancora nel cuore la forza di essere gentile.

Mio padre le lasciò il nostro numero di telefono. Saremmo tornati a prenderli per accompagnarli a casa quando era il momento.

In macchina non parlammo granché. Mi sentivo triste. Chiesi se era possibile fermarci al cimitero per salutare il Nonno prima di tornare a casa. Nel portabagagli c’era la conchiglia che avevo trovato al mare, a Palermo. Dovevo portarla da lui. In realtà era una scusa. Volevo stare con il Nonno, avevo bisogno di sentirlo vicino, di immaginare che mi stava abbracciando e consolando come solo lui sapeva fare. A volte avevo paura di dimenticare il calore delle sue braccia. Lui avrebbe saputo consigliarmi riguardo Papis. Avrebbe saputo cosa dire e cosa fare. Mi sentivo sola, insicura. Davanti alla tomba guardavo la sua fotografia. Aspettavo che mi parlasse per dirmi di stare tranquilla, che tutto si sarebbe risolto: “La mia Paolina, la bella del Nonno. Tu sei brava e sei buona. Non smettere mai di essere buona con gli altri amore di Nonno. La tua bontà aiuterà tante persone e ti renderà felice.” Sono parole che non si scordano.

Lasciai la conchiglia sopra il piccolo davanzale in marmo, dove c’era appoggiata una foto mia e di mio fratello. L’avevamo messa lì il giorno del funerale, in modo che il Nonno ci potesse sentire sempre vicini a lui. C’era anche un vaso di cristallo sottile per tenere il suo fiore preferito; una rosa rossa. Prima di ammalarsi gravemente diceva: “Quando arriverà il mio momento e dovrete venirmi a trovare nel luogo del riposo eterno non voglio vedervi piangere, voglio solo che mi lasciate sempre in compagnia di una bella, fresca rosa rossa. Così ci ricorderemo tutti che la cosa più importante della vita è l’amore! “Ed era vero. Ogni volta che guardavo quel fiore pensavo alla parola “amore” e a quante cose significava: pazienza, tolleranza, passione, coraggio, solidarietà… Il mondo in una piccola, semplice parola.

Mi avviai verso l’uscita del cimitero insieme a mio padre. Il sole stava tramontando. Un lieve soffio mi accarezzò i capelli facendomi voltare. A pochi metri dalla tomba del Nonno c’era una magnifico Salice Piangente. Ai suoi piedi una panchina di ferro battuto ospitava i visitatori. Mi fermai un istante perché vidi in lontananza le sagome di due uomini che salutavano. Mi guardai intorno ma, oltre a mio padre che continuava a dirigersi verso il parcheggio non c’era nessuno. Feci qualche passo avanti e dovetti aprire e chiudere più volte gli occhi per riuscire a credere a quello che vedevo.  Lì, proprio lì, sotto l’ombra di quel magnifico albero riconobbi la figura del mio adorato Nonno insieme a, a, al mio amico, al mio più grande amico, il Giudice Paolo. Sorridevano e salutavano. Distolsi lo sguardo per un secondo.  Il tempo di attirare l’attenzione di mio padre. Ma quando mi voltai di nuovo verso di loro non c’erano più.  Corsi sotto il Salice. Fui avvolta dal profumo intenso di rose. Era tutto intorno a me. Respirai affondo e mi sentii avvolta tra le braccia del nonno. Il vento muoveva lievemente i rami del maestoso arbusto. Il fruscio delle foglie sembrava sussurrare ripetutamente: “Amaaaaaaa, sognaaaa, viviii…”.

FINE

 

 

 

 

Postfazione

 

Difficile. Mi è sempre difficile non piangere quando penso a Salvatore. Certamente queste non sono lacrime di resa, queste sono di felicità. Salvatore è entrato nella mia vita circa 5 anni fa. Era una sera del mese di luglio e non era un periodo molto felice per me, anzi mi sentivo terribilmente depressa. Mi rendevo conto di trovarmi, di dover vivere in una nazione che non mi apparteneva, che non riuscivo a comprendere e che mi procurava dolore.  Avevo tanti “perché’ “in testa. Continuavo a domandarmi: “ma sono io quella strana o c’è qualcosa di profondamente sbagliato in questa Italia?”. Erano anni che la domanda mi tormentava. Erano anni che non trovavo risposta. Intorno a me, ogni giorno subivo e vedevo i miei concittadini subire ingiustizie piccole e grandi. Mi chiedevo come mai nessuno reagiva, come mai nessuno si ribellava? E cosa ancor più inquietante era il fatto che ad una reazione faceva seguito un isolamento sociale dettato dalla paura di risultare in qualche modo “diverso, scomodo”. In sostanza se reagivi non era, e non è insolito essere tacciati di pazzia. Poiché’ è molto più semplice additare una persona come pazza piuttosto che prendere atto ed unirsi ad una causa impopolare alle masse. In questo modo la vita scorre tranquilla fin quando le ingiustizie subite da altri diventano anche le tue. E’ in questo modo che ti isolano, che prendono le distanze. Perché’ le Verità, di qualsiasi natura essi siano, spesso rappresentano i nostri scheletri nell’armadio, quelli che non vogliamo affrontare perché’ fanno capo alla coscienza.
Non posso dire che dopo 23 anni di permanenza in Italia le cose siano cambiate granché’ ma perlomeno le persone per bene e oneste si sono trovate, hanno fatto rete e siamo diventati come una famiglia. Una famiglia molto allargata che a dispetto delle distanze e a volte anche delle divergenze di opinione, sa che può contare l’uno sull’appoggio dell’altro. E non è una cosa da poco!  L’essenza dei grandi movimenti della storia mondiale hanno saputo conquistare diritti fondamentali dei quali tutti noi oggi godiamo grazie a questo spirito. In questa famiglia, nella famiglia che Salvatore Borsellino ha voluto costruire con forza, con onestà, con umanità, con rigore morale, con comprensione, con generosità, c’è il vero significato della parola amore. Salvatore ha cresciuto il Movimento delle Agende Rosse come se si stesse prendendo cura dei propri figli e questo ci ha fatti sentire tutti assai meno soli. Spesso, quando dico questa cosa mi si dice che sto facendo retorica. Ma se la retorica è descrivere il sentimento più importante sulla faccia della Terra, se la parola “amore” per i cinici è retorica io rispondo: ben venga!

Cinque anni fa orsono mio marito, che di mestiere fa il carabiniere mi disse: “Lo sai che stasera qui, in fondo alla strada viene a parlare Salvatore Borsellino? Me l’hanno detto in caserma. Pare che ci sarà anche Manfredi Borsellino, il figlio di Paolo”. Ripenso a queste parole con estrema, estrema commozione perché’ quella sera ero talmente triste che non volevo uscire di casa. “Dai, fatti una doccia e vestiti che andiamo al Castello ad ascoltarli” – mi disse ancora. In quel momento dovetti raccogliere tutte le mie energie per andare insieme a mio marito. Raramente avevo visto nei suoi occhi il reale desiderio di partecipare ad eventi come questi, anche perché’ di eventi come questi ne capitano davvero pochi. Per cui, non potevo deluderlo. Una passeggiata di circa tre minuti separa casa nostra dall’antico Castello che quella sera avrebbe ospitato Salvatore e Manfredi.  Si percorre un vialetto alberato e si è subito davanti all’ingresso. Poco dopo il cancello vidi per la prima volta gli amici di Antimafiaduemila. C’erano tutti quella sera, proprio tutti perché’ la redazione, che adesso ha sede anche a Palermo si trova in un paesino non molto distante da casa mia, precisamente a Sant’Elpidio a Mare. Mi avvicinai al tavolo dove c’erano esposti giornali e libri in sintonia con il tema della serata. Fui colpita subito dalla copertina di “Giustizia e Verità” poiché’ vi era il ritratto del Giudice Paolo. Un bellissimo ritratto in bianco e nero dove gli occhi del Giudice appaiono malinconici, guardano lontano, sembrano straripare di pensieri.  Raccolsi il libro e strinsi la mano ad alcuni di quelli che sarebbero poi divenuti dei meravigliosi compagni di viaggio; Anna, Lorenzo e Marco. Non sapevo nulla di loro eppure avevo la sensazione netta e precisa che ci fosse un legame tra noi, qualcosa di familiare nelle loro voci, nei loro sguardi, nei loro sorrisi limpidi. Mi trasmettevano una sensazione di pace e di tranquillità e iniziai a sentirmi a mio agio. Mi sedetti tra il pubblico e incurante del forte brusio della folla iniziai a sfogliare il mio nuovo libro. Non so perché’ ma cominciai a girare le pagine dalla fine del testo come per cercare quella risposta che non riuscivo a trovare in nessuno, come se mi stessi aggrappando ad un’ultima speranza. A pagina 275 trovai: “Per il Giudice Paolo Borsellino dagli alunni della S.M.S. G. Marconi Palermo”. Delle bellissime lettere dedicate a Giovanni e Paolo. Parole di denuncia, scritte da ragazzi e ragazze. Parlavano di un sistema, della cultura mafiosa che già in tenera età aveva investito le loro vite, le loro esistenze. E già in tenera età erano perfettamente consapevoli che non si poteva e non si doveva abbassare la testa, che non ci si doveva arrendere, che non si doveva avere paura perché’ era da questo che dipendeva e che dipende il loro futuro. Mentre leggevo riuscivo quasi ad intravedere i loro volti e sentivo scendere su di me pesante ed imperdonabile il peso della mannaia della constatazione dell’inerzia degli adulti che promettono di lottare per sconfiggere la mafiosità ma che con la loro omertà contribuiscono solamente a propagarla. Parole dure dette con la tenerezza propria di quell’età. Un età in cui il dolore delle ingiustizie non dovrebbe neanche sfiorarli, dove “la bellezza del fresco profumo di libertà ” è l’immagine della spensieratezza. Pensavo al futuro dei miei figli in un Paese divorato dall’egoismo incapace persino di reagire per il bene dei propri figli. Al dolore personale che fino a quel momento mi aveva dominata si fece strada una rabbia volta al desiderio, alla sete di Giustizia e Verità. La solitudine dimora nell’ingiustizia e l’ingiustizia si ciba di isolamento. La lotta del singolo doveva crescere e trovare posto nel cuore e nelle azioni di ciascuno di noi. Era un valore che mi era stato trasmesso crescendo in Canada, ma che qui aveva fatto di me una alienata.
Leggevo e intanto sul palco Salvatore aveva preso la parola. Sapete, non ricordo per filo e per segno il discorso che fece quella sera del 2008 ma ricordo benissimo quello che ho provato, perché’ ogni volta che ripenso a quella cornice riaffiorano le stesse emozioni. Ad un certo punto ho cominciato a piangere un pianto liberatorio. Le lacrime uscivano come un fiume in piena. Un pianto che per anni era vissuto dentro me, ma che non ero riuscita ad esternare perché’ addebitavo a me stessa la colpa delle tribolazioni che mi avevano colpita da quando ero venuta a vivere in Italia a soli 18 anni. Nel 2008, la sera della conferenza di Salvatore qui a Porto San Giorgio ne avevo 35. Per ben 17 anni avevo camminato in una specie di purgatorio senza via d’uscita. Finalmente, qualcuno mi aveva mostrato la porta per andarmene da quel posto buio e tetro. E quel qualcuno fu Salvatore. Piangevo, singhiozzavo e pensavo: “Io non sono sola, noi non siamo soli.”
Feci dei respiri lunghi e profondi e ringraziai il cielo per aver portato Salvatore a casa mia, tanto vicino che ancora oggi, quando mi alzo per veder sorgere il sole sopra quell’antico Castello in fondo alla strada riesco a sentire e trovare conforto nella sua voce. Non so se sono riuscita a trasmettervi con questo lungo e forse un po’ petulante racconto il profondo ed immenso significato che ha per me Salvatore. Lui, non ha solamente girato l’Italia e risvegliato le coscienze assopite di una moltitudine di persone. Salvatore ci ha conosciuti ad uno ad uno, ci ha accolti nella sua vita, nei suoi pensieri, nella sua prima e vera famiglia, nel suo cuore dandoci la possibilità di migliorare non solo il nostro Paese ma noi stessi. Perché’ la vera felicità è la consapevolezza che siamo capaci di essere e rimanere uniti, che siamo capaci di amare talmente tanto e in modo così profondo da poter determinare un cambiamento che tocca l’intera società anche quando una battaglia la si porta avanti apparentemente da soli. E i risultati che arrivano dal coraggio di ognuno di noi di essere e rimanere “quelli diversi” nella Giustizia diventano l’amore di cui abbiamo bisogno per vivere.

Circa otto anni fa ricevetti una telefonata: “Ciao Christina, sono Salvatore Borsellino”. Non vedo l’ora di raccontarlo ai miei futuri nipotini.

Hai visto il nostro nuovo corso? Si chiama #imparagratis ed è completamente free!

Puoi leggere un articolo a caso o lasciare un commento qui sotto!

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: