Il rosario di Salvini

SALVINI. PEGUY. IL ROSARIO

È chiaro che per chi crede in Dio, la fede è qualcosa d’importante. Non tutti i credenti credono allo stesso modo, e questo dovrebbe spingerli non a farsi la guerra ma a rimanere umili, in ascolto, cercando di capire le ragioni dell’altro. Nel mondo c’è anche chi di Dio fa volentieri a meno, o chi, pur ammettendo una presenza divina, la ritiene troppo lontana e misteriosa per essere indagata. Tutti, credenti, non credenti, diversamente credenti, siamo nati senza averlo chiesto e lasceremo questo mondo senza che qualcuno ce ne chiederà il permesso. È la vita. La nostra unica, irripetibile, straordinaria vita. Bene faremmo ad attraversarla, viverla, respirarla, senza fare e farci male. Meglio ancora impegnandoci seriamente a fare il bene. Non sempre accade. Tutti però abbiamo il dovere almeno di tendere a questa meta altissima. Domenica abbiamo votato. Ognuno secondo la sua coscienza, le sue conoscenze, i suoi ideali. L’esito del voto lo conosciamo. Anche in politica la vita è un’ altalena. Illustri opinionisti hanno esaminato e commentato il voto degli italiani. Un nome è sulla bocca di tutti: Matteo Salvini. In diverse occasioni, il nostro ministro dell’Interno, ha tirato fuori la corona del Rosario, un oggetto caro ai cristiani cattolici, per ribadire la sua fede. Il beato Bartolo Longo, nella famosa suplica alla Madonna di Pompei, chiama il Rosario « Catena dolce che ci rannodi a Dio, vincolo d’amore che ci unisce agli angeli …». Su quel gesto tanto si è detto e scritto. Alla vigilia delle elezioni, si sa, tutti vanno alla ricerca di voti, per cui a tanti quella decisione non è piaciuta, ad altri, invece, si. Non entro nel merito, ma credo che si sia data eccessiva risonanza al gesto di un politico, che, battezzato nella Chiesa cattolica, continua a dichiararsi cattolico, quindi mio fratello, oltre che in umanità, anche nella fede. La cosa, quindi, a prima vista, non può che confortarmi. Se Salvini intendesse strumentalizzare la religione sua e mia non posso saperlo e volentieri lascio il giudizio alla sua coscienza. Se, però, quel gesto non è stato strumentale, ma seriamente e cristianamente pensato, Salvini, lo dovrà dimostralo nei fatti. Il nostro è uno Stato laico. E tutti, a cominciare da chi ha fatto della sua vita, un servizio a Dio e ai fratelli, vogliamo vivere in uno Stato laico. Superfluo sottolineare che laico non vuol dire laicista. Un vero laico sa bene di non aver motivi di temere il vicino, il collega, l’amico, il parente che ha il dono della fede. Perché propria la fede in Dio, e, nello specifico, nel Dio di Gesù Cristo, lo obbliga a rispettare, amare, servire l’altro, chiunque esso sia, maschio o femmina, bianco o nero, italiano o straniero. Sono un prete italiano, ma se fossi ateo, agnostico o straniero approdato in questo Paese, non mi riterrei affatto offeso nella mia libertà dalla presenza del crocifisso nei luoghi pubblici. Al contrario mi sentirei tutelato, perchè l’uomo con le mani inchiodate e le braccia spalancate, sta invocando amore anche per me. E, per quanto possa sembrare paradossale, con i suoi amici più stretti è più esigente e severo, con chi viene da lontano o non crede alla sua divinità, invece, è più accogliente e misericordioso. Se il ministro dell’Interno, dunque, come decine di migliaia di connazionali, in questo mese di maggio, sa trovare il tempo, durante la giornata, per invocare Maria, madre di Dio e madre nostra, non posso che averne gioia. Non per un malinteso senso di appartenenza che esclude gli altri, ma perché sono convinto che non c’è nessuno che, dopo aver invocato Maria, possa chiudere gli occhi sulle necessità dei figli da lei tanto amati. Con san Bernando vogliamo pregarla: « Ricordati, o piissima Vergine Maria, non essersi mai udito al mondo che alcuno abbia ricorso al tuo patrocinio, abbia implorato il tuo aiuto, chiesto la tua protezione e sia stato abbandonato». E ripetere quella stupenda, struggente, commovente preghiera dello scrittore, poeta, laico, Charles Peguy: « Quando avremo recitato la nostra ultima parte, quando avremo deposto cappa e mantello, quando avremo gettato maschera e coltello, ricorda il nostro lungo peregrinare. Quando ci caleranno nella fossa, e ci avranno offerto assoluzione e Messa, ricorda, o Regina di ogni promessa, il nostro lungo cammino, il nostro peregrinare». Matteo Savini sa bene che a Maria, dalla croce, Gesù, affida Giovanni e con lui tutti gli uomini della terra, credenti e non credenti. La croce sulla quale il figlio di Dio soffre e muore è composta da due legni. Uno guarda verso il cielo e ci ricorda che abbiamo un Padre che brama prendere dimora nel tempio del nostro corpo. L’altro, invece, si allarga a dismisura verso i fratelli. Per abbracciarli. Tutti, dai più vicini ai più lontani. Fino ai confini dei confini del mondo. Padre Maurizio Patriciello.